Squilla un telefono, mi alzo dal divano e metto a fuoco.
Mi trovo nell'appartamento in cui abitavano i miei nonni materni; tutto è come una volta: vecchio, confortevole.
Alzo la cornetta "Chi parla?".
Una ragazza, da Roma, attacca con una poesia d'amore diabetico.
"Aspetta, fermati... ho sentito dei rumori in casa".
Appoggio la cornetta e allungo lo sguardo verso il corridoio. Dalla porta compare un ometto basso, con un'onda di capelli nera e lucida come petrolio grezzo. E' Biffi, un vecchio compagno di classe pluribocciato.
Tengo lo sguardo fisso sull'intruso e riattacco la cornetta.
Biffi non spegne quel suo sorrisetto a mezza bocca di chi ha rischiato grosso e se l'è cavata. Alza una borsa da palestra e la vuota sul pavimento.
Mazzette. Grosso taglio.
"Biffi, cosa hai fatto?" in testa ho già l'immagine di una banca, una pistola, urla e sacchi di soldi. "Anzi, no, non voglio sapere".
Biffi non parla. Si toglie un paio di guanti grigi, consumati e li getta sulla collinetta di banconote, come a sottolineare la fatica con cui se le è procurate.
"Cosa farai adesso? Come porterai via i soldi?" istintivamente penso ad un autobus, poi scarto l'idea e rinuncio a proporla.
Biffi si volta e percorre tutto il corridoio. Lo seguo fino al bagno. E' stretto e la vasca da bagno è stata asportata; si vedono dei perni per terra e dei segni sul pavimento.
Il piccolo criminale balza sul davanzale e mi mostra come ha fatto ad entrare senza che me ne accorgessi. Siamo al quarto piano ed è riuscito ad entrare dalla finestra del bagno.
Allunga una mano e prende una borsa da donna, stesa su fili di plastica.
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